Il conte di Lefurnàss

lefurnass2

Sto lavorando alla revisione di un nuovo romanzo che farà parte del ciclo degli skàlter. Si chiamerà «Il conte di Lefurnàs», misto fra romanzo fatato, giallo e mistery; adatto anche ai ragazzi, una volta tanto. Qui sotto vi lascio, in anteprima, il primo capitolo. La copertina vi piace? Per ora non ho idee migliori, ma si accettano critiche e suggerimenti.
capitolo i
UN MISTERO “MANGERECCIO”
Il vento fischiava tetro, nella notte, squassando le punte dei cipressi e trasformando i larici in meduse palpitanti. Il piccolo cimitero di Lefurnass era stravolto dagli elementi, al punto che perfino il becchino Roberto Luigi Di Stefano, che faceva quel mestiere da più di trent’anni e non era di certo un tipo impressionabile, provò un brivido di puro terrore.
L’acqua sbatteva fastidiose manciate di spruzzi disordinati, contro i vetri sudici, unendo il proprio ritmo alla melodia dell’aria. Le vecchie lapidi di ardesia e di sasso e le fantasiose nuove lapidi di marmo, dal gusto neogotico ma decisamente pacchiane, offrivano all’urlo del vento una gamma di sonorità variegata e stridente. Di Stefano udiva quel lamento lugubre, cacofonico, pieno di stonature, d’improvvisi acuti, d’imperiose ombre baritonali, e non poteva fare a meno di pensare a una musica. Macabra, sì, fastidiosa, ma pur sempre musica. Il vecchio aveva troppa familiarità con la morte, per essere pio e credente; eppure si ritrovò a bestemmiare e a pregare nello stesso istante, nel suo cervello confuso da quelle sensazioni inusitate e sconvolto dalla paura. Ma paura di che cosa? Di un temporale fuori stagione? Del sibilo del vento? Si sforzò di mettere ordine nel proprio cuore, ma non ci riuscì. Pregare non lo calmava; tuttavia non riusciva a smettere di farlo, borbottando a bassissima voce e inframmezzando, ogni tanto, senza alcuna coerenza, una sonora bestemmia alle parole sacre.
Prese dalla credenza una bottiglia verde, impolverata e mezzo vuota. Un goccetto di grappa lo avrebbe rimesso al mondo, porco mondo! Staccò il tappo di sughero con i denti e buttò giù un lungo sorso. Il liquore mandò a fuoco i suoi visceri malandati e, senza alcun preavviso, gli rese subito la testa leggera, appannata; ma il terrore non diminuì.
Non ci capiva nulla. Era come se non solo il mondo, là, fuori dalla finestra sgangherata, fosse impazzito di colpo, ma anche il suo corpo non rispondesse più normalmente agli stimoli e facesse a modo proprio. Di Stefano non aveva frequentato la scuola, non sapeva né leggere né scrivere; perciò non conosceva l’arte retorica di forgiare metafore. Non riusciva a fornire di un corpo la propria indecifrabile angoscia. E non c’è nulla di peggio che provare paura, senza poter chiamare per nome ciò che la suscita. Lo avrete sperimentato senz’altro anche voi: si tratta di un senso vago di disagio, indistinto, che a una prima occhiata sembrerebbe dovuto a un disturbo fisico, una gastrite, una nausea, ma non dipende, in realtà, né dal corpo né dai nervi: è lì, a metà strada tra lo spirito e i sensi, e non si lascia afferrare, ridurre a una forma precisa, dunque a una causa eliminabile. Ecco, il vecchio becchino provava qualcosa del genere. Sapeva di non essere un vigliacco. O, meglio, sapeva di non possedere quella “sensibilità” che i suoi simili nutrivano tanto spesso di fronte al macabro, al fetore, al gonfiore della putrefazione corporea. La morte era stata il suo munifico datore di lavoro; grazie a essa il pane e il vino non erano mai mancati sulla sua mensa. Certo, non aveva mai messo in conto che, un giorno o l’altro, anch’egli avrebbe potuto venire “licenziato”… Che fosse arrivato il momento?
“Dannato Cristo, salvami tu!” pensò, continuando a pregare bestemmiando. Buttò giù un secondo sorso di grappa. Quella grappa aveva un gusto amarissimo e ardeva le mucose come alcol puro; ma Di Stefano ne avvertiva un gran bisogno.
Non era mai stato un uomo socievole. La solitudine gli piaceva, in special modo da quando sua moglie Giuditta era morta, all’età di quarantanove anni, cioè vent’anni prima; tuttavia, in quel momento terribile, avrebbe dato qualunque cosa pur di avere accanto una numerosa combriccola di persone materialiste e ottuse, le sole che avrebbero potuto estirpare, con il loro atteggiamento, quelle sciocche, incomprensibili sensazioni trascendenti. Purtroppo doveva rassegnarsi alla solitudine, alla comoda gabbia che aveva fabbricato per sé, giorno dopo giorno e che, adesso, lo poneva nell’atroce necessità di affrontare, da solo, se stesso, le proprie ombre nascoste, il proprio lato infantile.
Appoggiò le labbra alla bottiglia, per la terza volta; ma il liquido gli andò di traverso, facendolo tossire e starnazzare a lungo, come un’oca. Cos’era stato l’improvviso baccano, all’esterno della casa? Sembrava provenire dalla zona delle lapidi neogotiche. Possibile che i tombaroli fossero in azione anche con un simile tempaccio?
Il terrore sfumò subito, nella sua mente, sostituito da un accesso d’ira. L’ira lo calmò, a differenza delle preghiere. Ed egli l’alimentò il più possibile, giacché gli procurava benessere. Chiunque fosse, l’imbecille sacrilego che osava trafficare nel suo territorio, l’avrebbe pagata cara. Ci avrebbe pensato lui a togliergli, per sempre, il gusto di andarsene in giro a rubare cadaveri per conto dei gabinetti anatomici di quei dannati medici privi del timor di Dio!
Si buttò sulle spalle l’incerata nera da marinaio, che conservava da quand’era mozzo su un peschereccio, prima di sposare Giuditta e mettere la testa a posto (ovvero sotto la sabbia, come spesso ella lo rimproverava). Afferrò il fucile da caccia, staccandolo dal chiodo al quale era appeso; controllò che fosse carico; accese la lanterna; e, in fine, uscì nel temporale, dirigendosi a grandi falcate verso l’area nuova del camposanto. Del resto, se si trattava di un tombarolo, non poteva aver messo gli occhi che su un’unica salma, quella di Gregorio Bàtola, il giovane che era stato seppellito poche ore prima. Altri corpi inumati di fresco, nel suo cimitero, non ce n’erano.
Il vento misterioso lo afferrò brutalmente per la giacca, sbatacchiandolo di qua e di là; l’acqua s’ingegnò per accecarlo e soffocarlo. Diavolo! Sembrava davvero che gli elementi lo attaccassero consapevolmente, con la volontà di nuocergli o beffarsi di lui. Non aveva mai provato una cosa di questo tipo, in tutta la sua vita. Ma lui, anziché recedere e farsi intimidire, si lasciò trascinare avanti dall’onda della collera. Essere furiosi era meglio che continuare a sentirsi angosciati.
Raggiunse le tombe e, nell’oscurità rotta dalla lanterna, scorse subito la terra smossa e accumulata. E laggiù, nella fossa che profanava il riposo del giovane Bàtola, c’era del movimento. Allora si trattava proprio di un tombarolo! Armò la doppietta e intimò, con voce stridula, da vecchio: «Altolà! Alzate subito le mani, chiunque voi siate. Sono armato e non esiterò a sparare».
A queste parole, il tramestio, laggiù nella buca, parve arrestarsi. Un silenzio stracciato dal fischio del vento, dai sinistri sistri delle foglie, dal tamburello sincopato della pioggia, calò, per un lungo, agghiacciante momento. Di Stefano aprì la bocca, per ripetere le proprie parole con più convinzione; ma non fece in tempo: dalla buca balzò un’ombra.
Il becchino sparò.
Il fragore dello sparo si mescolò a quello dei tuoni.
La figura indistinta non si fermò, barcollando verso di lui a mani tese, anelanti.
Di Stefano sparò di nuovo. Se lo aveva mancato, prima, non lo poteva mancare, adesso, che si trovava a meno di tre metri da lui.
Il colpo andò a segno. La figura si piegò all’indietro. Ma fu solo un istante: riprese subito la sua corsa scomposta, meccanica, verso l’uomo. Fu allora che un lampo squarciò le tenebre caotiche e il vecchio vide in faccia il proprio aggressore, per meno di un decimo di secondo: il tempo sufficiente a impazzire.
Restò ammutolito. Non era possibile! Non era possibile! Santa scrofa e porca schiera degli angeli, non era possibile.
L’aggressore gli fu addossò.
Di Stefano non riuscì neppure a difendersi. Avvertì un violento dolore alla gola e poi il buio si richiuse sopra di lui.

Buone recensioni per «Rock elfico» ne abbiamo? Certo!

rock_elfico_single

Un ragazzo timido, appassionato di musica rock, che vive da solo a San Donato, barcamenandosi tra la scuola e qualche serata per sbarcare il lunario, uno “zuccherino” sempre a mollo nel caffè amaro, che si vede recapitare una strana chitarra blu da una bellissima ragazza. Disattendendo la raccomandazione iniziale per aver fatto “solamente ciò che avrebbe fatto chiunque si fosse trovato al posto suo (e forse sta proprio in questo il male?)” da inizio ad un’avventura che lo porterà ad incontrare mostri tentatori che metteranno alla prova la sua volontà e il suo rigore morale riuscendo a vincere una forza millenaria e pervasiva e ad aiutare la strana ragazza che ha risvegliato il suo istinto maschile di protezione, salvando, come se non bastasse tutto ciò, anche un paio di mondi. Il tutto al ritmo del “rock, urlo di disperazione lanciato verso un dio completamente sordo”. Un romanzo appassionante che, anticipa alcuni personaggi e temi che ritornano nei libri di Fabio Larcher in un’ambientazione moderna, alle prese con la perdita di identità dei padri, della cultura generata dalle tradizioni, dai valori e dagli antichi sistei morali, senza cui c’è solo il Caos. Alla fine il Bene vincerà, anche perché, il “Male ha sempre bisogno di tante ragioni. Il Bene non necessità di alcune spiegazioni”. Si legge d’un fiato, trama ben congegnata, con sfumature fiabesche e pennellate horror. Consigliatissimo

L’epopea degli skàlter

40273307_303053533610320_2616091221675737088_n

Finalmente anche il volume degli skàlter, immaginario popolo progenitore dei bresciani, è arrivato ed è disponibile per l’acquisto su Amazon.

A questo indirizzo potrete ascoltare la colonna sonora che ho dedicato al loro universo fiabesco e mitologico:

Gli skàlter sono un popolo mitico e del tutto inventato. Adoratori della Luce, progenitori ancestrali degli odierni abitanti di Brescia e provincia, essi ci hanno tramandato (attraverso la penna e la fantasia di Fabio Larcher) un nutrito corpus mitologico e fiabesco, tra i più smaglianti, ironici e sexy della storia umana. Questo volume contiene tale corpus, in forma completa, e vi trasporterà in un universo parallelo fitto di creature mostruose, popoli fatati, donne bellissime ed eroi sempre in cerca di forza magica e viaggi sciamanici di iniziazione. Forse la creazione più forte e originale (nel suo non esserlo per nulla, nel suo aderire ai simboli e alle storie di mezzo mondo) di Larcher, il quale, qui, si diverte a mescolare il mito e la fiaba puri alla loro moderna interpretazione e a sporcarli con generi affini come l’horror e la fantascienza, ma senza mai tradire il proprio mandato cosmico di “mitografo” dei sogni.

bella_dormiente

Qui un estratto della prefazione:

Che cos’è, di preciso, il “senso di appartenenza”? Non tocca, certo, a me spiegarvelo. Ciascuno di voi dovrebbe saperlo benissimo. Almeno a livello, per così dire, sentimentale. Definirlo non è altrettanto semplice. A dire il vero non va nemmeno più tanto di moda, come concetto.
Il peccato mortale, per i censori della società attuale, sta anzi nel ritenersi parte di qualcosa che non sia il “mondo”… qualunque cosa essi vogliano intendere, con tale espressione. Temo che non lo sappiano bene neppure loro, in realtà. Se lo sapessero dovrebbero aggiungere al sostantivo “mondo”, l’aggettivo “occidentale”; insomma il solo e unico “mondo” che essi ritengano giusto, civile, equo, desiderabile e in nome del quale approverebbero qualunque nefandezza a danno di mondi con esso inconciliabili. Si tratta, insomma, della solita tiritera ideologica fatta di slogan aprioristici e del tutto campata in aria, cioè nei desideri di qualcuno a danno degli altri. Bene, si sa: l’ideologia è la ragione degli stupidi. E io non intendo (nella scrittura o nella vita) averci a che fare. Mi turba troppo.
Chiunque sa quanto conti, per l’uomo, essere nato in un certo luogo e in un certo contesto culturale, all’interno di una bolla di pensiero comune. Sa che, per lui, il “mondo” vero sarà per sempre quel mondo, quel contesto, quel pensiero comune; e tenderà a conservarlo, fuori e dentro di sé. Il cuore tenderà sempre a preferire e ad approvare gli elementi che compongono il proprio mondo, anche se la ragione gli suggerirà strade migliori o diverse, per intendere e volere. Non trovo nulla di scandaloso in ciò. L’umanità e la stessa vita le si prende per quello che sono; ci si inchina a meccanismi immutabili; al massimo si compie lo sforzo (faticosissimo) di comprenderne i princìpi. Fare di più sarebbe un fare peggio, come ha dimostrato, più volte, la Storia.
Che senso avrebbe, per l’acqua costretta a scorrere in un sistema di tubi, lamentarsi dell’ingiustizia del dover percorrere sempre le stesse anse, lo stesso percorso, le stesse grate, le stesse svolte, o che vagheggi altri modi per scorrere, di essere libera nel movimento? La sua utilità (dunque la sua esistenza) consiste proprio nel fatto che essa scorra in quell’esatta maniera. Se non lo facesse cesserebbe di esistere, nella forma in cui noi la riconosciamo come acqua di un sistema. Una volta libera essa verrebbe tolta da sé: evaporerebbe, sarebbe inghiottita dal terreno, finirebbe per essere bevuta da un gatto di passaggio…
Lo stesso accadrebbe all’essere umano: una volta “liberato” dalle sue catene culturali di origine, la sua umanità evaporerebbe; dell’uomo non resterebbe altro che l’animale.
Vista in quest’ottica la benedetta “integrazione” tanto auspicata e reputata necessaria dal potere politico dei nostri giorni, avrebbe quasi dei toni sinistri, significherebbe desiderare che la parte davvero umana dell’uomo venga distrutta (l’appartenenza, i luoghi, la memoria, gli affetti), in favore di alcuni princìpi astratti, ritenuti “giusti” ma in sostanza altrettanto irrazionali che quelli che reggono tutte le altre culture.
Io so chi sono, finché so da dove vengo e serbo memoria di ciò che fecero e pensarono i miei avi. Al di là di questo non so più niente di me e degli altri. Non sono umano. Per questo ho inventato una mitologia fasulla, fingendo (come fece MacPherson, quando scrisse i Canti di Ossian) di essere il bardo della mia gente e cercando di sintetizzare una temperie, una lingua, un tratto distintivo comune, all’interno di strutture mitiche prese a prestito da mezzo mondo.
Certo, gli skàlter non sono mai esistiti. Tuttavia sono sempre esistiti: è sempre esistito, nei bresciani, un tratto di rozzezza e di fierezza, di gusto per il sesso nelle sue forme più fisiche e meno romantiche, di capacità di guardare in faccia le cose senza lasciarsi allettare da sofisticate illusioni romantiche, di stoicismo verso il dolore, le privazioni e i lutti, di mancanza di sentimentalismo. C’è tutto ciò, nei miei skàlter. E ci sono tante altre cose. E non potrebbe essere altrimenti, poiché sono anch’io uno skàlter, cioè porto dentro di me i semi di quella fierezza, sensualità, fatalismo, terrestrità che sono proprie alla mia cultura d’origine, con tutti gli annessi e connessi.
Alla fine della fatica di scrivere le storie che andrete a leggere, che cosa mi resta? Mi resta l’aver ritrovato me stesso in mezzo alla poltiglia del mondo globalizzato. Ed è più di quanto sia umanamente possibile aspettarsi, oggi, dalla vita sociale. Per me l’incantesimo delle parole ha funzionato. Ora mi devo augurare che portino divertimento e sollievo anche a voi.

Per l’acquisto:

 

La femmina del satiro

Il mare della vita è pieno di tentacoli

Ventuno poesie “civili”… anche se di civile hanno ben poco… e satiriche, su temi attuali di ideologia e di politica, scritte da un punto di vista (com’è giusto che sia, trattandosi di satira) spiccatamente “scorretto”, ma sempre con il gusto di un “invito al pensiero fuori schema”, attraverso la leggerezza e il cinismo. Poesia civile ma incivile, dunque, poesia morale ma immorale, sì, ma solo dal punto di vista della vulgata ideologica che permea il nostro mondo e che è il vero bersaglio di queste “critiche in rima”. Perché, in definitiva: non è giusto ciò che è giusto; è giusto ciò che piace pensare sia giusto.

Il Paese della Luna Storta

il paese dellaluna storta

A breve anche l’-book del mio fantasy natalizio “Il Paese della Luna Storta”. Il mio primo romanzo, la cui prima bozza risale al 1992 e, negli anni, si è trasformata di continuo, fino a prendere le fattezze attuali. Un ulteriore pezzo del Ciclo Skàlter adatto, però, ai ragazzi e alle famiglie.

Fabrésse e suo padre Bortolamé sono due cacciatori pitoti. Si mantengono viaggiando nei boschi e vendendo il frutto del loro lavoro nei vari paesi. Non si tratta di una vita facile, anzi! Tra il pericolo dei lupi e degli orsi e il gelo perenne dell’inverno, i due vivono una vita dura e lontana dal focolare. Ma Bortolamé è anche un uomo inquieto, divorato dall’ossessione di ritrovare un leggendario corno magico; un oggetto che fu rubato, con il tradimento, a un potente sciamano pitoto, nei tempi antichi, e che ha il potere di regolare le stagioni. Esso rappresenterebbe la salvezza per la Pitotia, da anni stretta dalla morsa del gelo e della carestia. Fabrésse segue suo padre in tale ricerca, suo malgrado, intimidito dal carattere violento del genitore, ma incapace di separarsi da lui. Il suo scetticismo, però, dovrà cedere quando i due incontreranno Lesànder, uno skàlter che possiede informazioni sicure riguardo il corno e si unirà alla compagnia. Il loro viaggio sarà irto di difficoltà; incontreranno uomini e donne speciali o terribili, e perfino il “Babbo Natale” skàlter; e si concluderà nella capitale, a ridosso dei festeggiamenti natalizi. Un fantasy classico e, allo stesso tempo, originale, che rientra a pieno diritto nel ciclo degli skàlter, anche se si svolge in un immaginario Settecento, nella provincia bresciana immaginaria di Fabio Larcher.

L’inganno delle fate

Natale in rima, arriva prima!

Ok, ragazzi, ci siamo quasi. Tra poche ore la versione cartacea del romanzo in versi “L’inganno delle fate” sarà acquistabile su Amazon, al prezzo di € 3,80. Ancora poche ore di attesa. Nel frattempo, per i cultori dell’e-book, al seguente link troverete la versione digitale a ben € 0,99. 😉

Ninna nanna dell’uomo nero

ninna nanna dell'uomo nero

Ninna nanna dell’uomo nero

 

(Da non cantare mai a nessun bambino)

 

 

L’uomo nero è lì di fuori,

oltre il muro della stanza,

col suo sacco di serpenti,

le sue forbici lucenti.

Ma il papà ha una luce in mano

ed è il cuore della mamma:

se tu segui il suo splendore

giungerai ad un sogno bello.

Fa’ la ninna, fa’ la nanna,

l’uomo nero non verrà.

L’uomo nero ha troppi denti

ed un gran sorriso storto,

tre narici, quattro cuori,

sembra un’ombra che si muove.

Ma il papà è vicino al letto;

la sua mano è sul tuo petto;

e la mamma canta piano,

la sua mano ti accarezza.

Fa’ la ninna, fa’ la nanna,

l’uomo nero se ne andrà.

L’uomo nero ha un brutto odore,

sa di cose assai crudeli.

Bussa all’uscio, gratta gratta,

ma nessuno gli aprirà.

Fa’ la ninna, fa’ la nanna,

bimbo bello del papà.

«Nodo spento» di Danilo Arona

cover_nodo

AFFABULO, DUNQUE SONO

Il cerchio, anzi il circolo, si chiude. La circonferenza formata da tre universi letterari aroniani trova, nelle pagine che state per leggere, la sua completezza, il suo termine, se proprio vogliamo dirlo la sua “fine”, per quanto le storie narrate nei libri possano mai dirsi “finite”.

Il “Grande Vecchio” dell’horror italiano (ma non confondiamo l’anagrafe con l’esistenza: Danilo non sarà mai vecchio, né dal punto di vista letterario né dal punto di vista umano) compie l’ennesimo prodigio alchemico e, in un sol colpo, nel modo che meno ti aspetti, risolve le “questioni” aperte da Rock, dai romanzi che compongono la Trilogia del Drago (Un brivido sulla Schiena del Drago, La stazione del Dio del Suono, Le tre bocche del Drago) e dai romanzi del ciclo di Morgan Perdinka (L’estate di Montebuio, Malapunta, L’autunno di Montebuio, Morgan e il buio, Land’s end, Nodo Spento, Perché i gatti?). Appone il Punto Fermo. Insomma, prende congedo (presumo per sempre) dalle storie che gli hanno (e soprattutto ci hanno) tenuto compagnia per più di trent’anni. E, nel farlo, rivela come i tre cicli non siano mai stati monadi separate, in sé sussistenti, bensì particolari irrelati di un grandioso, terrificante affresco, molto più vasto, che va a ornare quella Cappella Sistina horror che è la volta cranica di Danilo osservata dall’interno.

Nelle prossime pagine leggerete un breve romanzo, quasi presuntuoso nella sua asciuttezza, che parlerà ancora una volta dei vecchi del Circolo del Venerdì, ma attraverso la loro assenza, così come mostrerà Sam Hain, lo spaventoso Uomo Nero del Rock, nella sua qualità essenziale di incubo, di spauracchio fantastico. E Perdinka (vero e proprio alias letterario dell’autore, creatura che vive due volte e contemporaneamente, sia come scrittore sia come musicista rock nato dall’immaginazione del Perdinka scrittore) farà da “colla”, da “ponte” fra i due cicli, ma sotto la cifra della “evanescenza”, dell’avvicinarsi alla morte o alla rivelazione finale, o forse a entrambe le cose. Sta a voi scoprirlo.

Una cosa è certa: mai come in questo piccolo, incisivo gioiellino la complessa metafora che Danilo è riuscito a imbastire, negli anni, si rivela così limpida, decifrabile. Per me (per quel che ne può capire uno come me): che la vita è intessuta di parole, di storie; che la vita è un intreccio continuo (ma non casuale) di storie, di Storia; che le storie sono l’unica realtà a cui abbiamo accesso, l’unico modo che abbiamo per conoscere e per capire; che se le storie smettono di fluire e di essere raccontate (anche le più surreali, anche le meno probabili) la realtà cessa di esistere, come se non fosse mai esistita. E ciò che resta è il nulla cosmico, senza pensiero, senza coscienza, senza vita (giacché la “vita” non è solo e non tanto il persistere biologico, materiale, peraltro anch’esso in bilico sul filo dell’esistere, dato che se non viene raccontato non può essere né visto, né vissuto, né capito, diventa cioè una “realtà” dimezzata, inutile).

Non solo. Il sospetto (la speranza, forse) è che le storie non dipendano da noi, ma abbiano un’esistenza, una coscienza, una volontà proprie; che continuino nonostante noi, al di fuori, al di là di noi.

Chi è, quindi, il Drago? Nel corso del tempo ho cercato di definirlo in qualche modo; tutte le definizioni che ho saputo trovare erano pertinenti, addirittura coerenti pur nella loro contraddittorietà, ma erano definizioni parziali, inesatte. Oggi ho capito: il Drago è un dio; il Dio delle Storie, il garante dell’esistenza dell’universo noto e (ancora) ignoto; il Drago è (perversamente?) il Logos dei Greci, il Verbo biblico: «In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio. Egli era in principio presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste».[1]

Bene, adesso un intero ciclo di esistenza narrativa è concluso. Danilo ha detto tutto quel che ha potuto (o voluto) sul Dio delle Storie e sulle sue creature che si illudono di affabulare (dunque esistere) suo malgrado, ribelli (inconsapevoli perché ignoranti) come Adamo nell’Eden. La “morale” è preziosa e tragica: noi tutti, figli del Drago, non abbiamo altra scelta se vogliamo esistere e comprendere: raccontare storie o essere raccontati da una storia. Solo raccontando la realtà diviene reale e comprensibile; e tuttavia narrare e accedere a un più alto grado di realtà, significa correre pericoli mortali, mettersi in balia della Fonte di Tutte le Storie, diventare suoi strumenti consapevoli, perciò capaci di comprenderne il lato drammatico, disumano, terrorizzante. Capire è morire, è peccato; ma è anche l’unico modo che abbiamo per esistere, per salvarci dal Nulla.

Già sento, a questo punto, Danilo protestare: lui ha solo scritto un racconto del terrore e io, come al solito, ci ho visto addirittura più di quello che ci ha visto lui… Bene. In fondo è proprio la qualità delle vere storie: stimolare altre storie, altri pensieri; accendere, maliziosamente o no, la candela rossa dei sensi e dei ragionamenti. Direi che l’operazione è pienamente riuscita, almeno per ciò che mi riguarda.

Aztarain, Meccucci, Perdinka e perfino Sam Hain (a proposito, vuoi vedere che il vecchio Sam la cui presenza, in questa sede, potrebbe apparire pretestuosa a un occhio svagato, ha invece una relazione precisa con Morgan? Ognuno di noi possiede un’ombra, l’es inammissibile, la versione mostruosa dell’io; e l’io e l’ombra camminano necessariamente lungo le stesse strade, magari annusandosi qua e là, senza sapere nulla, in sostanza, l’uno dell’altra, né del legame che li lega… Vuoi vedere che quel diavolo di Danilo Arona ha voluto suggerire che Sam Hain non sia altro se non… Eh? che ne dite? è la stessa impalpabile differenza che esiste tra dire:  “Sam e Morgan” e “Sam è Morgan”…) mi mancheranno, certo; però sono loro grato e li saluterò, qui, con affetto secondo solo a quello che porta loro il loro creatore.

E, scimmiottando Manzoni, nel famosissimo “Addio” di Lucia Mondella, dico: «Addio miei vecchi; addio Perdinka». Ci si ribecca, prima o poi, nei flussi e riflussi delle Linee Sincroniche.

[1] Vangelo di san Giovanni Apostolo, I,1-3.